C'ERA UNA VOLTA IN CILE: IL CINEMA (BIO)POLITICO DI PABLO LARRAIN
(La prima rassegna su Pablo Larraín in Italia)
Taxi Drivers, rivista indipendente di cinema e il Fusolab, spazio creativo polifunzionale della periferia romana, hanno unito le proprie tensioni e passioni per dare vita alla prima retrospettiva completa dedicata al giovane cineasta cileno Pablo Larraín.
Impostosi all’attenzione del pubblico con il suo secondo lungometraggio, Tony Manero, e presente alla Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno con Post Mortem, Larraín si distingue per un fare cinema nel quale i temi dell’alienazione e di un individualismo esasperato sino a farsi mostruosa idiozia risultano l’effetto necessario di un ambiente politico-sociale (il Cile di Augusto Pinochet) che, controllando le singole esistenze dei suoi assoggettati, li priva completamente della possibilità di concepire e realizzare se stessi nella cornice di un autentico vivere comune.
Il cuore della sua opera (almeno di due dei suoi tre film: Tony Manero e Post Mortem) sembra ruotare, appunto, attorno all’indagine del legame fra una politica ridotta a puro potere e la nuda vita, alla terribile esemplificazione che di esso ha fornito la dittatura cilena, triste conferma che “il sonno della ragione (politica) genera mostri”. Esseri umani implosi dentro se stessi, ridotti, risolti nell’orizzonte asfissiante di un’elementarità ferina, dove le uniche aspirazioni ancora possibili finiscono fatalmente per coincidere con la disperazione feroce di un delirio autistico.
Lo sguardo illuminato e illuminante di Larraín – spudorato nel suo desiderio di rendere, con disincanto assoluto, un panorama di tale nichilismo – è un pugno nello stomaco gratificante e necessario, attualissimo nella contemporaneità di un mondo, il nostro, nel quale il rischio di un rapporto perverso tra potere e vita è tutt’altro che scongiurato.
Avremo così la possibilità di conoscere e assorbire i primi tre lungometraggi di Larraín – con Fuga, la sua opera prima, presentato per la prima volta con sottotitoli italiani.
Il 22 maggio, a chiudere la retrospettiva, la presentazione ufficiale in anteprima del DVD di Post Mortem, edito da CG Home Video per Archibald Film (in prossima uscita il 24 maggio 2011).
L’introduzione alle singole proiezioni sarà curata dai redattori di Taxi Drivers.
Con la collaborazione di Maria Cera (redazione Metromorfosi e Taxi Drivers) e Chiara di Giorgio (Fusolab).
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Leggi tutto... [C'ERA UNA VOLTA IN CILE: IL CINEMA (BIO)POLITICO DI PABLO LARRAIN 8,15,22 Maggio]
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UNDERCORE DOCUMENTARY
REVIEW 2011
2°edizione
17 APRILE: TAXI TO THE DARK SIDE (di Alex Gibney, 106 min., 2007)
Il 1° Dicembre 2002, Dilawar, un giovane taxista afgano, carica tre passeggeri, non farà più ritorno a casa. Prendendo spunto dall'indagine giornalistica di Tim Golden del "New York Times" sulla misteriosa morte di Dilawar nella prigione americana di Bagram in Afghanistan, Alex Gibney intraprende una sorprendente inchiesta che, partendo dalle torture e i soprusi subiti dai "terroristi" arabi rinchiusi nelle carceri militari americane in Afganistan e Iraq, arriva a indagare e svelare la vera natura di gravissimi episodi di violazione dei diritti umani, solo apparentemente accidentali.
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UNDERCORE DOCUMENTARY
REVIEW 2011
2°edizione
A
cura di UNDERCORE www.undercoreonline.com
Ciclo
di proiezioni dal tema: “GRANDANGOLO.
Storia dell’uomo nei conflitti moderni”
“La
caratteristica principale delle ottiche grandangolari è la loro breve lunghezza
focale, che consente un angolo di ripresa più ampio. Rispetto alle ottiche con
lunghezza focale superiore, inoltre, esse hanno di norma una maggior profondità
di campo ed offrono una prospettiva alterata che porta ad esagerare la
proporzione dei soggetti in primo piano facendoli apparire, rispetto alla
realtà, molto più grandi di quelli in secondo piano.”
Con questa doppia prospettiva UNDERCORE ONLINE
vi invita alla sua seconda rassegna dedicata all’arte del documentario. Un
percorso ideato per oltrepassare le consuete rappresentazioni delle guerre del
nostro tempo, che vi proietterà direttamente nel cuore delle stesse, grazie al
coraggio e alla sensibilità artistica di alcuni dei più coraggiosi film-makers
contemporanei.
4 appuntamenti per 4 documentari di grande
spessore e qualità che forniranno insieme una panoramica più ampia possibile,
da qui il titolo della rassegna, raccontando da una soggettiva ogni volta
differente gli aspetti profondi e latenti delle moderne missioni militari
internazionali. Dall’Iraq all’Afghanistan la guerra descritta con gli occhi di
chi l’ha vissuta.
Il programma è costruito sulla base di un
ipotetico percorso cronologico. Il primo appuntamento rappresenterà l’arrivo e la battaglia, ovvero la
storia di un gruppo di soldati danesi catapultati nel conflitto afghano. Il
secondo incontro ribalterà la prospettiva e
racconterà gli effetti che i
conflitti hanno nella vita quotidiana della popolazione civile. Il terzo documentario si
concentrerà sui lati oscuri che
orbitano intorno agli aspetti militari dove, tra sparizioni e detenzioni
illegali, quella che è stata presentata al mondo come missione civilizzatrice
ha permesso il verificarsi di crimini contro l’umanità. L’ultima opera è
dedicata ai tentativi di ricostruzione e
rinascita politica e sociale, una volta terminate le ostilità, da parte di
alcuni esponenti della società civile irachena sotto occupazione.
10 APRILE:
proiezione di “IRAQ IN FRAGMENTS” di James Longley (94 min., 2006)
Frammenti
di vita degli iracheni che si trovano alle prese con la guerra. I loro pensieri,
desideri, credenze e preoccupazioni sono lo specchio dell’Iraq di oggi: un
paese spinto in direzioni divergenti da differenze etniche e religiose. Il film
è una domanda aperta: “un giorno - scrive il regista – gli Stati Uniti
lasceranno l’Iraq, ma gli iracheni rimarranno. Il mio film è su di loro”. Iraq
in fragments è diviso in tre parti, che corrispondono alla comune percezione
della divisione del paese in sciiti, sunniti e curdi. La prima parte racconta
la storia di Mohammed, un ragazzo orfano di 11 anni che vive a Baghdad e lavora
come aiuto meccanico. La seconda è stata girata all’interno del movimento
politico e religioso del leader sciita Moqtada al Sadr, tra Nassiriyah e Najaf,
la terza a sud di Erbil, in una fabbrica di mattoni gestita da curdi.
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Proiezione di "LA SVOLTA. DONNE CONTRO L'ILVA" di Valentina D'Amico (ITA, 2010)
A Taranto ci sono donne combattive (mogli, madri, lavoratrici) che vogliono spezzare il bastone dell’illegalità e dell’arroganza. Vogliono mettere fine all’impunità che mortifica la propria dignità, uccide i propri mariti e i propri figli, mina la propria salute.
Donne che si ribellano, oggi, contro quella che a Taranto e per Taranto è stata da sempre considerata una salvezza, da qualche tempo il peggiore dei mali: l’Ilva.
L’Ilva è la più grande acciaieria d’Europa che, insieme all’aumento annuale dei profitti, detiene il primato nazionale di morti sul lavoro (180 dalla prima apertura dei cancelli) e d’inquinamento dell’ambiente (il 92 % della diossina nazionale).
Il documentario “La Svolta. Donne contro l’Ilva” racconta la battaglia di sei donne in particolare: Francesca e Patrizia, mogli di operai morti all’Ilva; Vita, mamma di un giovane operaio finito ammazzato sotto una gru nello stabilimento; Margherita, ex dipendete sottoposta a soprusi, mobbizzata, licenziata; Anna, finita sulla sedia a rotelle, e Caterina, mamma di un bambino autistico: malattie diverse, entrambe probabili conseguenze dell’inquinamento. In primo piano la loro storia umana, di lavoro, di sofferenza. La loro voglia e necessità di riscatto per sé e per gli altri: nelle aule dei tribunali, nelle manifestazioni di piazza, nelle denunce senza veli alle massime cariche dello Stato.
Sullo sfondo, al centro, sempre la fabbrica. Il lavoro degli operai raccontato da dipendenti ed ex dipendenti, e svelato attraverso la vicenda di Antonino, morto nello stabilimento. La sua storia, narrata nel testo “La Svolta” scritto dalla moglie Francesca, nel video è interpretata da un attore. L’ingresso all’Ilva, il lavoro all’Ilva, la morte all’Ilva.
Da qui si dipanano le esperienze personali delle sei donne, e con loro si ripercorrono decenni di sconvolgimenti socio-economici e ambientali di una città che forse oggi ha trovato il coraggio di reagire contro la fabbrica. Quella fabbrica che è amica se dà lavoro (oltre 20mila occupati fino agli anni 90, neanche 13mila oggi), ma che è nemica perché disprezza l’uomo e mortifica l’ambiente. Con la complicità delle istituzioni, dei sindacati, dei cittadini-lavoratori (per necessità, per paura).
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